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giovedì 22 marzo 2018

L’impegno di “Cerchi d’acqua” per dire no alla violenza sulle donne


Nonostante se ne parli, ormai, in ogni modo, cercando di diffondere un messaggio di sensibilizzazione al tema, quella della violenza sulle donne è una tragedia che sembra non trovare mai pace.
Eppure basterebbe così poco per arginarla definitivamente.
Basterebbe imparare a rispettarsi, prima ancora di amarsi.

Per fortuna, però, in Italia e nel mondo esistono numerose associazioni e centri antiviolenza che si battono per restituire una dignità alle donne violate, e per aiutarle a riprendere in pugno la propria vita.
E’ il caso della cooperativa sociale “Cerchi d’Acqua”, impegnata in questi giorni con la mostra "Com'eri vestita? Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale".

1. Apprendo dal vostro sito web che siete operativi dal 2000. Quali gli obiettivi raggiunti in questi anni, e come sostenervi?
Il Centro Antiviolenza Cerchi d’Acqua nasce nel 2000, a Milano (www.cerchidacqua.org), e si occupa di contrastare il fenomeno della violenza di genere offrendo alle donne, in completo anonimato, percorsi gratuiti di accoglienza e spazi di elaborazione del trauma per la violenza subita. E’ stato sviluppato, nel tempo, un intervento, in un’ottica di genere (emancipazione ed empowerment), per rispondere alla complessità degli effetti prodotti dalla violenza e per limitare i danni che questa produce in ogni ambito della vita della donna e delle persone della rete relazionale indirettamente colpite dalla violenza.
Cerchi d’Acqua dal 2001 al 2016 ha accolto 10283 situazioni di violenza, di cui 595 solo nel 2017, in cui erano coinvolti oltre 7000 minori.
Sono diversi i modi per sostenerci, a seconda delle disponibilità delle persone e delle sensibilità individuali…
Il sostegno economico* è sicuramente un modo importante, ma non è l’unico e non preclude gli altri.
I nostri bisogni come centro antiviolenza, che si avvale di una forte componente di volontariato, sono i più vari: dalla necessità, ormai impellente, di trovare una sede adeguata, al sostegno e diffusione delle nostre iniziative, al reperimento di sponsor per alcuni progetti specifici, al trovare per esempio “un muro” nella città di Milano per realizzare alcuni murales sul tema della parità di genere (Bando “Pari e…Dispari” rivolto agli studenti delle scuole superiori milanesi). Insomma, noi non mettiamo un limite a questo, lasciamo che ognuno, a seconda delle proprie disponibilità, scelga di sostenerci e scelga come farlo!

*erogazione liberale (persone fisiche e persone giuridiche e imprese), elenchi del 5x1000 (in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi)

2. Spesse, anzi, troppe volte, alcune donne vengono quasi colpevolizzate per la violenza subita. La domanda più ricorrente, infatti, è “com’eri vestita?”, quasi come se una minigonna autorizzasse un aggressore a violentare chi la indossa. La mostra in corso di realizzazione in questi giorni, mira a scardinare questi pregiudizi?
L’intento della nostra mostra, e il suo scopo originario ideato dalle colleghe americane (Mary Wyandt-Hiebert, docente alla University of Arkansas, e da Jen Brockman, direttrice del Sexual Assault Prevention Center presso la University of Kansas), è quello di riuscire a sfatare l’idea fondamentale che in qualche modo, in qualsiasi modo, le donne abbiano attirato a sé la violenza o ci siano delle cause riconducibili al loro comportamento o atteggiamento. Colpevolizzare la donna, spostando l’attenzione da chi ha agito a colei che ha subito, sminuirne quindi le responsabilità, minimizzando il fatto, adducendo giustificazioni, altro non fa che alimentare i pregiudizi, già così diffusi. Il problema di come vengono riferite certe storie di violenza, e in particolar modo di violenza sessuale, è la connotazione sensazionalistica con cui vengono raccontate e usate. Viene ignorata completamente la naturalezza sistematica di come avviene la violenza e/o l’abuso nei confronti delle donne, delle ragazze, e delle bambine. Tuttavia, come spesso accade quando un fatto così grave viene esposto all’opinione pubblica, ci si trova davanti ad un dilagare di opinioni, commenti, e reazioni che rendono un fatto così drammatico ancora più amaro.
Se la violenza sessuale avviene da parte di uno sconosciuto (che rappresenta solo una minima percentuale dei casi in Italia), la risposta mediatica e sociale tende a mettere in risalto i comportamenti e gli atteggiamenti della donna, offrendone quasi sempre un quadro di poca "prudenza" (non solo riferibile a cosa indossasse in quel momento, ma anche a dove si trovasse, che cosa stesse facendo…).
Se la violenza avviene, invece, in ambito familiare o relazionale (nella stra grande maggioranza dei casi), ancora troppo spesso accade che le donne non vengano credute, che se ne si analizzino i “presunti comportamenti provocatori” e che debbano poi portare il peso di ciò che hanno svelato, divenendo "colpevoli" di aver rotto il silenzio che la famiglia impone.



3. Proviamo a spiegare, a tutte le donne interessate, cosa fare nel momento in cui si subisce una violenza, e a chi rivolgersi.
Dal momento in cui si vive una situazione di violenza è fondamentale uscire dall’isolamento, che la violenza inevitabilmente produce, e rivolgersi ai centri antiviolenza, ormai presenti su tutto il territorio nazionale. In Italia ne esistono circa 80 afferenti a D.i.Re (www.direcontrolaviolenza.it), di questi 18 in Lombardia, e garantiscono anonimato e non giudizio, offrendo alle donne, a partire dalla complessità dei bisogni manifestati da ciascuna, percorsi di uscita dalla violenza. E’ importante infatti non rimanere sole, ma avere intorno a sé una rete di supporto e di protezione.
Altrimenti, contattando il numero nazionale, 1522, gratuito e attivo h24, che fornisce alle donne i riferimenti per il territorio da cui chiamano.
Presso i centri, in particolare presso Cerchi d’Acqua, una donna può trovare spazi di accoglienza per essere aiutata a riconoscere la violenza e dare un nome alla situazione vissuta, evidenziando eventuali elementi di pericolo, colloqui informativi legali in ambito civile e penale per conoscere i propri diritti e gli strumenti di tutela esistenti, percorsi psicologici individuali e di gruppo per elaborare il trauma subito e percorsi di orientamento lavorativo per conquistare, o mantenere autonomia e indipendenza economica. Qualora esista la necessità di un allontanamento da casa è possibile inoltre attivare, grazie alla rete esistente sul territorio, percorsi di ospitalità, anche protetta, per le donne e i loro figli.

3 commenti:

  1. Bisognerebbe dare sempre maggiore visibilità a queste associazioni e bisognerebbe anche controllare che funzionino a dovere

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    1. Se spulci nella sezione "intervista" ne troverai delle altre.
      Ultimamente mi manca il tempo per le interviste, e quindi ho sospeso, ma prima o poi ricomincerò a farne. 😘

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  2. Troppo spesso, dici?
    Io direi quasi sempre... :(

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